Difesa aerea e missilistica: la sfida della coalizione Indo‑Pacifico contro la Cina
Gli Stati Uniti, a fronte di una carenza di intercettori evidenziata durante il conflitto Iran‑Israele, stanno accelerando la cooperazione con Giappone, Australia, Corea del Sud e Taiwan per creare una difesa aerea e missilistica integrata

Rapporto sintetico
L’estate scorsa, durante il conflitto di 12 giorni tra Iran, Israele e Stati Uniti, l’esercito americano ha impiegato circa il 25% del suo stock di intercettori terminali, consumando 100‑150 unità in soli dodici giorni. Questo dato ha messo in luce una vulnerabilità critica, soprattutto nella regione Indo‑Pacifica, dove la potenza missilistica cinese continua a crescere. Per far fronte a questa minaccia, Washington ha avviato un programma di acquisto accelerato di sistemi di difesa aerea, ma la produzione industriale è già al limite. La risposta più immediata è la creazione di una rete di sensori e intercettori condivisi tra gli alleati della zona. Un esercizio di simulazione tenutosi a Hawaii nel giugno 2025 ha riunito esperti giapponesi, australiani, sudcoreani, taiwanesi e americani, i quali hanno elaborato due concetti operativi: il “latent link”, che prevede la condivisione in tempo reale dei dati di tracciamento tra i sistemi di gestione delle battaglie di ciascun Paese, e il modello “long sense and short defense”, che combina una sorveglianza estesa con difese localizzate. Entrambi i modelli puntano a migliorare l’avviso precoce, ridurre le zone cieche e ottimizzare l’impiego degli intercettori, mantenendo però la sovranità decisionale sul fuoco. Le principali difficoltà rimangono la distanza geografica, la frammentazione delle alleanze bilaterali e le diverse tolleranze di rischio verso Pechino. Tuttavia, i partecipanti hanno concordato che una condivisione limitata dei dati di tracciamento, accompagnata da regole d’ingaggio coordinate, è politicamente realizzabile e può fornire un vantaggio operativo decisivo in caso di attacco cinese su larga scala.
