Crisi dei rifugiati in Chad: i servizi di ostetricia sopraffatti dall’ondata sudanese
L’afflusso di oltre 1,3 milioni di rifugiati dal Sudan sta travolgendo le cliniche ostetriche dell’est del Chad, dove mancano farmaci, anestesia e attrezzature, mentre il finanziamento dell’UNFPA è stato tagliato del 44%.

Rapporto sintetico
Le cliniche ostetriche dell’est del Chad sono al collasso. Un’ondata di rifugiati e ritornianti provenienti dalla guerra civile del Sudan ha spinto il paese a ospitare più di 1,3 milioni di persone, per lo più donne e bambini. In strutture come Abéché, Adré e Wadi Fira, i medici riferiscono di dover gestire fino a 300 nascite al mese con attrezzature minime, scarse scorte di farmaci e quasi nessun anestetico disponibile. Le parti di emergenza, inclusi i tagli di cesareo, avvengono spesso senza adeguata analgesia, esponendo le donne a sofferenze evitabili.
Le condizioni di vita dei rifugiati aggravano il problema: molte donne devono percorrere lunghe distanze per raccogliere legna, aumentando il rischio di molestie, aggressioni e violenza di genere. Nonostante le difficoltà, i centri femminili sostenuti dall’UNFPA offrono assistenza psicologica, formazione professionale e supporto alle vittime di violenza.
Nel solo Wadi Fira, le autorità contano più di 333.000 rifugiati distribuiti in circa 81.000 nuclei familiari, con le donne e i bambini che rappresentano oltre il 75% della popolazione. La continuità dell’arrivo di rifugiati attraverso numerosi valichi di frontiera mantiene alta la pressione sui servizi sanitari.
L’UNFPA avverte che i recenti tagli di finanziamento, che hanno ridotto del 44% le risorse destinate al Chad, minacciano la sopravvivenza dei servizi essenziali. Solo il 2,5% dell’appello umanitario 2026 per il paese è stato finanziato finora. Il governo ciadiano ha mantenuto le frontiere aperte e condiviso le proprie risorse scarse, ma ora necessita di un sostegno internazionale più consistente per garantire cure materne sicure e dignitose.
